Testi spirituali
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La mistica dell'istante

José Tolentino Mendonça, "La mistica dell'istante. Tempo e promessa", Vita e Pensiero Milano 2015, pp. 176 euro 15,00.  

L'ultimo libro di José Tolentino Mendonça ci guida verso una spiritualità del tempo presente, una mistica rinnovata per l'uomo contemporaneo.

«Il cristiano del futuro o sarà un mistico o non sarà» diceva il teologo Karl Rahner. Un'impresa che appare ardua da realizzare in un mondo dove la fretta, quasi la rincorsa al tempo, sembra piuttosto una sorta di cappio al collo pronto ad afferrare l'uomo contemporaneo in una morsa letale.

Come potrebbero gli uomini del terzo millennio fermarsi in silenzio per coltivare quell'esercizio interiore, quell'intimo cammino che, almeno secondo l'accezione comune di mistica, richiederebbe l'allentamento, se non addirittura il totale abbandono o la rottura di ogni legame col mondo della quotidianità per accedere alla contemplazione del divino?

Ma siamo proprio sicuri che sia questa oggi l'unica strada per incamminarsi verso l'esperienza mistica? C'è la mistica antica - quella di sant'Agostino e dei Padri, ma anche quella dei secoli successivi - e la mistica inaugurata da un monaco trappista che nel pieno del cuore commerciale di Louisville, nel Kentucky, avvertiva nel 1958 la sua seconda conversione. Quasi abbracciando la folla che brulicava tra le vie del centro commerciale, Thomas Merton intuì che tutta quella famiglia umana altro non era che quella di cui il Figlio di Dio aveva voluto far parte duemila anni fa. Non occorre separazione, estraniamento per incontrare il Padre dei cieli: la mistica non è altro che un'esperienza quotidiana, solidale e inclusiva. Una conclusione che viene applicata oggi anche alla preghiera: la vita stessa è preghiera, tutte le preoccupazioni quotidiane sono preghiera, sarebbe impensabile lasciarle fuori dalla porta per andare a pregare.

Nasce da qui l'idea sviluppata da José Tolentino Mendonça, prete portoghese, classe 1965, teologo e poeta, vicerettore dell'università cattolica di Lisbona e consultore del Pontificio Consiglio della cultura, in un testo che si colloca a metà strada tra la spiritualità e la poesia.

Non si tratta di tesi nuove, ma tutto rientra nell'alveo della rivalutazione del corpo, o meglio, dell'abbandono di quella netta separazione tra anima e corpo che aveva caratterizzato la cultura occidentale - e pure secoli di cristianesimo - dalla filosofia greca in poi. Nulla nella Bibbia, fra Antico e Nuovo Testamento giustifica la divisione, anzi la concezione dell'uomo biblico prende di fatto le distanze da un eccesso di spiritualismo: il corpo è immagine e somiglianza di Dio, la «lingua materna di Dio», commenta Mendonça.

Ecco allora il suo percorso tanto originale, quanto affine alla sensibilità dell'uomo di oggi: riscoprire la mistica dei sensi e dell'istante, la mistica del corpo qui ora, del presente, l'unico momento che ci è dato di vivere. Senza polemica contro la mistica dell'anima, del rientrare in se stessi in una personale sfera intima, la proposta è quella di una spiritualità che intende i sensi come un cammino che conduce, quasi una porta che si spalanca, verso l'incontro con Dio. La sfida è quella di rimanere in sé, anima e corpo, e sperimentare con tutti i sensi la realtà delle persone e delle cose che ci sfiorano. «La sfida è gettarsi fra le braccia della vita e ascoltarvi battere il cuore di Dio. Senza fughe. Senza idealizzazioni. Le braccia della vita così com'è».

All'insegna dell'invocazione liturgica «Accende lumen sensibus» (illumina i sensi) il lettore viene condotto in un viaggio, che spesso ha i toni della poesia, alla ricerca della spiritualità del tempo presente. La comunicazione di oggi, veicolata da computer, TV, smartphone e social network utilizza esclusivamente due sensi, la vista e l'udito: ne deriva un'ipertrofia di questi e una regressione degli altri, complice anche il contesto socio-economico. Un esempio? Mentre si espande l'industria dei profumi, disimpariamo a percepire la fragranza di un fiore e solo i professionisti del gusto azzardano ad effettuare test alla cieca su cibi e bevande. Non siamo più capaci di camminare scalzi, chinarci nel sottobosco o in prato per raccogliere il canto della vita del creato vita che pulsa tra l'indifferenza dei più.

Torniamo ai sensi, è il monito dell'Autore e scopriremo così anche una nuova relazione col tempo e l'eternità. Una mistica ad occhi aperti che ci farà intuire, quasi assaporare, il «sacramento dell'istante»: «L'unico contatto tra le infinite possibilità dell'amore divino e l'esperienza mutevole e progressiva dell'umano».

O, come scriveva Thérèse de Lisieux, 

La mia vita è solo un attimo, un'ora di passaggio ... mio Dio, tu sai che per amarti sulla terra non ho che l'oggi. 


Sfide e tentazioni della chiesa nel mondo contemporaneo

Il cristiano non è un cultore del passato, poiché è orientato al futuro dal quale attende la pienezza della sua esistenza: tuttavia non rifiuta il presente, perché le realtà ultime non aboliscono la storia ma la trasfigurano. Così è anche per la chiesa, che vive nella storia senza trarre però la propria origine da essa. 

In questo libro l'autore ci aiuta a discernere i rischi che tale tensione comporta, soffermandosi sui nodi critici più rilevanti per l'ortodossia nel mondo contemporaneo: il complesso rapporto con le culture e le identità nazionali, il coinvolgimento nell'ecumenismo, la difficoltà a lasciarsi interrogare dalla cultura laica dei diritti umani e della parità, e ad articolare una parola profetica eloquente nell'attuale crisi economica e sociale.

Pantelis Kalaitzidis (Salonicco 1961), direttore dell'Accademia di studi teologici di Volos, ha studiato teologia a Salonicco e filosofia alla Sorbona di Parigi. Insegna teologia sistematica all'Hellenic Open University di Salonicco e all'Institut Saint-Serge di Parigi. I suoi interessi si focalizzano in particolare sul dialogo tra cristianesimo ortodosso e modernità, sulla dimensione escatologica del cristianesimo, su religione e multiculturalismo, sul nazionalismo religioso e sull'ermeneutica postmoderna della tradizione patristica. 

Charles de Foucauld (1916-2016)

Di Pierangelo Sequeri 
sulla rivista Munera 2/2016 

La conversione del cristianesimo - e persino quella al cristianesimo - adotta in molti casi un linguaggio affine a quello pronunciato con la vita da frère Charles. Ma la riforma del cuore e dello stile cristiano per l'epoca che doveva venire, e ora arriva, fatica a corrispondere alla limpidezza di questa testimonianza.

Il kairòs mostra ormai - platealmente, direi - che la possibilità odierna di trafficare le ricchezze del regno di Dio dipende radicalmente dalla serenità delle spoliazioni che il cristianesimo è disposto ad accettare, per amore dell'agilità della fede nel mondo contemporaneo. 

L'immagine più conosciuta di frère Charles - un sorriso degli occhi e una tunica di sacco, col cuore in bella vista, e neppure un'ombra di sentimentalismo - è la sua icona perfetta.


Storia e teologia dell'esperienza spirituale di Francesco d'Assisi

Il lavoro di Cesare Vaiani, frate minore ben conosciuto per i suoi numerosi studi su Francesco d'Assisi e sulla sua originale forma di esperienza spirituale, si propone di partire dai risultati ottenuti dalla sterminata letteratura esistente sull'analisi degli Scritti di san Francesco per giungere ad una visione sintetica del vissuto cristiano di Francesco d'Assisi, letta alla luce dello sviluppo storico della sua vicenda biografica. 

Lo studio si presenta suddiviso in tre parti: nella prima si offrono dati essenziali sulle fonti e viene proposta una cronologia della vita di Francesco divisa in diversi momenti che costituiscono l'ambiente vitale originario dei suoi Scritti. La seconda, più ampia e analitica, ripercorre i diversi "periodi" della vita di Francesco precedentemente identificati, leggendo nei diversi contesti gli Scritti che vi appartengono. La terza parte ripercorre brevemente la biografia di Francesco, cercando di cogliere i punti focali della sua esperienza, così come sono stati individuati nel corso dell'indagine.

Emerge così con maggiore evidenza la dimensione storica dell'esperienza spirituale di Francesco d'Assisi: in tal modo diventa possibile comprendere meglio gli Scritti situandoli nel contesto vitale nel quale hanno avuto origine.


Dice il Il teologo statunitense Matthew Fox:

"Come teologo spirituale cerco di dare un nome alla correnti profonde della vicenda umana, sia quelle individuali sia quelle comunitarie, correnti che sono presenti in ogni caso, indipendentemente dagli avvenimenti internazionali. Ciò che dico in La spiritualità del Creato è ancora vero, secondo me: abbiamo bisogno ora più che mai di un risveglio interculturale che nasca da una passione profonda per la giustizia e la compassione, per un nuovo sistema economico che funzioni per tutti, per il rinnovo delle forme educative e di una filosofia dell'apprendimento che sottolinei la creatività invece dell'obbedienza, che ritenga l'eco-giustizia essenziale per la nostra sopravvivenza come specie (ovviamente anche delle altre specie) e che si impegni a raccogliere insieme le tradizioni sapienziali di tutta la Terra (inclusa la scienza di oggi) invece di continuare le guerre di religione e le divisioni ideologiche. Queste io le chiamo

le quattro E: educazione, ecologia, economia e ecumenismo.

È ovvio che la spiritualità del Creato, che pone il Creato come strada maestra dell'esperienza del divino e del senso del sacro, è al cuore del rinascimento che tutti stiamo cercando. Per questo io continuo a suggerire di passare dalla conoscenza alla sapienza, un passaggio che un vero rinascimento spirituale può effettuare, anzi deve. La scienza ha fatto grandi passi avanti negli ultimi 25 anni, quando questo libro venne pubblicato in lingua inglese, risvegliandoci tutti quanti, attraverso le sue scoperte, all'importanza dell'interconnessione come base della compassione.

Timothy James Fox entrò diciannovenne nell'ordine dei domenicani col nome di "Matthew" e prese gli ordini nel 1967. Si addottorò in teologia e filosofia. Nel 1993 Fox fu espulso per disobbedienza dall'ordine dei domenicani dal cardinale Joseph Ratzinger.


Per sorella musica

Il Cantico delle Creature di san Francesco d'Assisi è un ponte gettato fra un medioevo in cui la natura è, per il mistico, trasparenza di Dio, ed una modernità lacerata da intime scissioni, vuoti di senso, afasie artistiche. eppure, molti fra i massimi compositori del secolo breve hanno trovato nel testo senza tempo di Francesco ben più di uno stimolo creativo: le versioni di Schnittke, Messiaen e Gubaidulina aprono ampi squarci su un orizzonte di fede ritrovata e di intensa serenità spirituale. 

Dallo studio di queste partiture emblematiche, il discorso si amplia fino a toccare le più profonde domande di senso: esse confluiscono in un'originalissima «postfazione corale», reinterpretazione contemporanea del cantico da parte di personalità quali Massimo Cacciari, Khaled Fouad Allam, Irene Iarocci, Peter Hill, Giampiero Bof, Katarina Pajchel, Lubomir Zak, Margherita Coletta, Giuseppe Brondino, Davide Rondoni in un mosaico interdisciplinare in cui la diversità diventa culla della pienezza. 

Chiara Bertoglio è una giovane concertista di pianoforte, musicologa, scrittrice e docente italiana. Formatasi presso insegnanti quali Paul Badura Skoda, Konstantin Bogino, Sergio Perticaroli, e diplomatasi appena sedicenne, Chiara Bertoglio ha tenuto il suo primo recital ad otto anni, ed il suo primo concerto con orchestra a nove; si è in seguito esibita nelle più importanti sale italiane ed estere, fra cui la Carnegie Hall, il Concertgebouw di Amsterdam, la Royal Academy di Londra, l'Accademia di Santa Cecilia a Roma, collaborando con musicisti come Leon Fleisher, Ferdinand Leitner, Marco Rizzi e molti altri. Laureata e dottore di ricerca in musicologia, ha scritto diversi libri e numerosi saggi per riviste specialistiche italiane ed internazionali, partecipando come relatrice a convegni prestigiosi (ad Oxford, Londra, Roma etc.). Impegnata nell'approfondimento dei rapporti fra musica e spiritualità cristiana, ha pubblicato libri sull'argomento; inoltre, scrive articoli e libri non musicali per diffondere storie positive di speranza. Svolge intensa attività didattica privatamente ed in importanti istituzioni italiane ed estere, sia come docente di pianoforte sia come musicologa.


Il tempo è superiore allo spazio

222. Vi è una tensione bipolare tra la pienezza e il limite. La pienezza provoca la volontà di possedere tutto e il limite è la parete che ci si pone davanti. Il "tempo", considerato in senso ampio, fa riferimento alla pienezza come espressione dell'orizzonte che ci si apre dinanzi, e il momento è espressione del limite che si vive in uno spazio circoscritto. I cittadini vivono in tensione tra la congiuntura del momento e la luce del tempo, dell'orizzonte più grande, dell'utopia che ci apre al futuro come causa finale che attrae. Da qui emerge un primo principio per progredire nella costruzione di un popolo: il tempo è superiore allo spazio.

223. Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l'ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. È un invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite, assegnando priorità al tempo. Uno dei peccati che a volte si riscontrano nell'attività socio-politica consiste nel privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi. Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione. Significa cristallizzare i processi e pretendere di fermarli. Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci.

224. A volte mi domando chi sono quelli che nel mondo attuale si preoccupano realmente di dar vita a processi che costruiscano un popolo, più che ottenere risultati immediati che producano una rendita politica facile, rapida ed effimera, ma che non costruiscono la pienezza umana. La storia forse li giudicherà con quel criterio che enunciava Romano Guardini: «L'unico modello per valutare con successo un'epoca è domandare fino a che punto si sviluppa in essa e raggiunge un'autentica ragion d'essere la pienezza dell'esistenza umana, in accordo con il carattere peculiare e le possibilità della medesima epoca».[182]

225. Questo criterio è molto appropriato anche per l'evangelizzazione, che richiede di tener presente l'orizzonte, di adottare i processi possibili e la strada lunga. Il Signore stesso nella sua vita terrena fece intendere molte volte ai suoi discepoli che vi erano cose che non potevano ancora comprendere e che era necessario attendere lo Spirito Santo (cfr Gv 16,12-13). La parabola del grano e della zizzania (cfr Mt 13, 24-30) descrive un aspetto importante dell'evangelizzazione, che consiste nel mostrare come il nemico può occupare lo spazio del Regno e causare danno con la zizzania, ma è vinto dalla bontà del grano che si manifesta con il tempo.

L'unità prevale sul conflitto

226. Il conflitto non può essere ignorato o dissimulato. Dev'essere accettato. Ma se rimaniamo intrappolati in esso, perdiamo la prospettiva, gli orizzonti si limitano e la realtà stessa resta frammentata. Quando ci fermiamo nella congiuntura conflittuale, perdiamo il senso dell'unità profonda della realtà.

227. Di fronte al conflitto, alcuni semplicemente lo guardano e vanno avanti come se nulla fosse, se ne lavano le mani per poter continuare con la loro vita. Altri entrano nel conflitto in modo tale che ne rimangono prigionieri, perdono l'orizzonte, proiettano sulle istituzioni le proprie confusioni e insoddisfazioni e così l'unità diventa impossibile. Vi è però un terzo modo, il più adeguato, di porsi di fronte al conflitto. È accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo. «Beati gli operatori di pace» (Mt 5,9).

228. In questo modo, si rende possibile sviluppare una comunione nelle differenze, che può essere favorita solo da quelle nobili persone che hanno il coraggio di andare oltre la superficie conflittuale e considerano gli altri nella loro dignità più profonda. Per questo è necessario postulare un principio che è indispensabile per costruire l'amicizia sociale: l'unità è superiore al conflitto. La solidarietà, intesa nel suo significato più profondo e di sfida, diventa così uno stile di costruzione della storia, un ambito vitale dove i conflitti, le tensioni e gli opposti possono raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita. Non significa puntare al sincretismo, né all'assorbimento di uno nell'altro, ma alla risoluzione su di un piano superiore che conserva in sé le preziose potenzialità delle polarità in contrasto.

229. Questo criterio evangelico ci ricorda che Cristo ha unificato tutto in Sé: cielo e terra, Dio e uomo, tempo ed eternità, carne e spirito, persona e società. Il segno distintivo di questa unità e riconciliazione di tutto in Sé è la pace. Cristo «è la nostra pace» (Ef2,14). L'annuncio evangelico inizia sempre con il saluto di pace, e la pace corona e cementa in ogni momento le relazioni tra i discepoli. La pace è possibile perché il Signore ha vinto il mondo e la sua permanente conflittualità avendolo «pacificato con il sangue della sua croce» (Col 1,20). Ma se andiamo a fondo in questi testi biblici, scopriremo che il primo ambito in cui siamo chiamati a conquistare questa pacificazione nelle differenze è la propria interiorità, la propria vita, sempre minacciata dalla dispersione dialettica.[183] Con cuori spezzati in mille frammenti sarà difficile costruire un'autentica pace sociale.

230. L'annuncio di pace non è quello di una pace negoziata, ma la convinzione che l'unità dello Spirito armonizza tutte le diversità. Supera qualsiasi conflitto in una nuova, promettente sintesi. La diversità è bella quando accetta di entrare costantemente in un processo di riconciliazione, fino a sigillare una specie di patto culturale che faccia emergere una "diversità riconciliata", come ben insegnarono i Vescovi del Congo: «La diversità delle nostre etnie è una ricchezza [...] Solo con l'unità, con la conversione dei cuori e con la riconciliazione potremo far avanzare il nostro Paese».[184]

La realtà è più importante dell'idea

231. Esiste anche una tensione bipolare tra l'idea e la realtà. La realtà semplicemente è, l'idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l'idea finisca per separarsi dalla realtà. È pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell'immagine, del sofisma. Da qui si desume che occorre postulare un terzo principio: la realtà è superiore all'idea. Questo implica di evitare diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza.

232. L'idea - le elaborazioni concettuali - è in funzione del cogliere, comprendere e dirigere la realtà. L'idea staccata dalla realtà origina idealismi e nominalismi inefficaci, che al massimo classificano o definiscono, ma non coinvolgono. Ciò che coinvolge è la realtà illuminata dal ragionamento. Bisogna passare dal nominalismo formale all'oggettività armoniosa. Diversamente si manipola la verità, così come si sostituisce la ginnastica con la cosmesi.[185] Vi sono politici - e anche dirigenti religiosi - che si domandano perché il popolo non li comprende e non li segue, se le loro proposte sono così logiche e chiare. Probabilmente è perché si sono collocati nel regno delle pure idee e hanno ridotto la politica o la fede alla retorica. Altri hanno dimenticato la semplicità e hanno importato dall'esterno una razionalità estranea alla gente.

233. La realtà è superiore all'idea. Questo criterio è legato all'incarnazione della Parola e alla sua messa in pratica: « In questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio » (1 Gv 4,2). Il criterio di realtà, di una Parola già incarnata e che sempre cerca di incarnarsi, è essenziale all'evangelizzazione. Ci porta, da un lato, a valorizzare la storia della Chiesa come storia di salvezza, a fare memoria dei nostri santi che hanno inculturato il Vangelo nella vita dei nostri popoli, a raccogliere la ricca tradizione bimillenaria della Chiesa, senza pretendere di elaborare un pensiero disgiunto da questo tesoro, come se volessimo inventare il Vangelo. Dall'altro lato, questo criterio ci spinge a mettere in pratica la Parola, a realizzare opere di giustizia e carità nelle quali tale Parola sia feconda. Non mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significa costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi e gnosticismi che non danno frutto, che rendono sterile il suo dinamismo.

Il tutto è superiore alla parte

234. Anche tra la globalizzazione e la localizzazione si produce una tensione. Bisogna prestare attenzione alla dimensione globale per non cadere in una meschinità quotidiana. Al tempo stesso, non è opportuno perdere di vista ciò che è locale, che ci fa camminare con i piedi per terra. Le due cose unite impediscono di cadere in uno di questi due estremi: l'uno, che i cittadini vivano in un universalismo astratto e globalizzante, passeggeri mimetizzati del vagone di coda, che ammirano i fuochi artificiali del mondo, che è di altri, con la bocca aperta e applausi programmati; l'altro, che diventino un museo folkloristico di eremiti localisti, condannati a ripetere sempre le stesse cose, incapaci di lasciarsi interpellare da ciò che è diverso e di apprezzare la bellezza che Dio diffonde fuori dai loro confini.

235. Il tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma. Dunque, non si dev'essere troppo ossessionati da questioni limitate e particolari. Bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi. Però occorre farlo senza evadere, senza sradicamenti. È necessario affondare le radici nella terra fertile e nella storia del proprio luogo, che è un dono di Dio. Si lavora nel piccolo, con ciò che è vicino, però con una prospettiva più ampia. Allo stesso modo, una persona che conserva la sua personale peculiarità e non nasconde la sua identità, quando si integra cordialmente in una comunità, non si annulla ma riceve sempre nuovi stimoli per il proprio sviluppo. Non è né la sfera globale che annulla, né la parzialità isolata che rende sterili.

236. Il modello non è la sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l'altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità. Sia l'azione pastorale sia l'azione politica cercano di raccogliere in tale poliedro il meglio di ciascuno. Lì sono inseriti i poveri, con la loro cultura, i loro progetti e le loro proprie potenzialità. Persino le persone che possono essere criticate per i loro errori, hanno qualcosa da apportare che non deve andare perduto. È l'unione dei popoli, che, nell'ordine universale, conservano la loro peculiarità; è la totalità delle persone in una società che cerca un bene comune che veramente incorpora tutti.

237. A noi cristiani questo principio parla anche della totalità o integrità del Vangelo che la Chiesa ci trasmette e ci invia a predicare. La sua ricchezza piena incorpora gli accademici e gli operai, gli imprenditori e gli artisti, tutti. La "mistica popolare" accoglie a suo modo il Vangelo intero e lo incarna in espressioni di preghiera, di fraternità, di giustizia, di lotta e di festa. La Buona Notizia è la gioia di un Padre che non vuole che si perda nessuno dei suoi piccoli. Così sboccia la gioia nel Buon Pastore che incontra la pecora perduta e la riporta nel suo ovile. Il Vangelo è lievito che fermenta tutta la massa e città che brilla sull'alto del monte illuminando tutti i popoli. Il Vangelo possiede un criterio di totalità che gli è intrinseco: non cessa di essere Buona Notizia finché non è annunciato a tutti, finché non feconda e risana tutte le dimensioni dell'uomo, e finché non unisce tutti gli uomini nella mensa del Regno. Il tutto è superiore alla parte.


Paolo VI 

Un ritratto spirituale

Quale radice spirituale ha alimentato la vita, la fede, il servizio alla Chiesa del beato Paolo VI? Il Ritratto spirituale cerca di rispondere a questo interrogativo ripercorrendo i testi montiniani di carattere più personale, oltre a quelli più noti del suo magistero. Vengono così in luce i temi fondamentali della sua spiritualità: la scoperta della vocazione, il legame con l'apostolo Paolo, i maestri spirituali che l'hanno ispirato, la direzione spirituale, l'educazione della coscienza, la fede, la preghiera liturgica, il ministero pastorale, la Chiesa e la povertà, la cultura, la forma cristiana e la meditazione sulla sua vita consegnata nel Pensiero alla morte. In quest'ultimo testo è lo stesso Paolo VI ad offrire una prospettiva spirituale sintetica sulla propria vita di uomo, di credente e di pastore, di cui i capitoli del volume intendono esplorare le dimensioni e la profondità. Quale radice spirituale ha alimentato la vita, la fede, il servizio alla Chiesa del beato Paolo VI? Il Ritratto spirituale cerca di rispondere a questo interrogativo ripercorrendo i testi montiniani di carattere più personale, oltre a quelli più noti del suo magistero. Vengono così in luce i temi fondamentali della sua spiritualità: la scoperta della vocazione, il legame con l'apostolo Paolo, i maestri spirituali che l'hanno ispirato, la direzione spirituale, l'educazione della coscienza, la fede, la preghiera liturgica, il ministero pastorale, la Chiesa e la povertà, la cultura, la forma cristiana e la meditazione sulla sua vita consegnata nel Pensiero alla morte. In quest'ultimo testo è lo stesso Paolo VI ad offrire una prospettiva spirituale sintetica sulla propria vita di uomo, di credente e di pastore, di cui i capitoli del volume intendono esplorare le dimensioni e la profondità.

A cura di Claudio Stercal, autori vari (D. Castenetto, A. Maffeis, E. Bolis, L. Caimi, C. Passoni, A. Montanari, C. Vaiani, G. Canobbio, B. Seveso, G. Angelini, P. Sequeri, C. Stercal), «Paolo VI. Un ritratto spirituale», Istituto Paolo VI - Edizioni Studium Roma, pagg. 416, 28 euro


Natura, potere, parresia, compassione

I saggi si occupano di quattro temi che hanno l'obiettivo di aiutare a pensare e ad approfondire la comprensione dell'esperienza cristiana.

I temi, trattati da Giuseppe Como, Maria Pia Ghielmi, Antonio Ramina, Cesare Vaiani, sono di grande interesse e attualità: la natura, il potere, la parresía, la compassione. Essi mettono a fuoco dimensioni fondamentali dell'esistenza: il rapporto con il mondo, i criteri per esercitare la propria forza, gli atteggiamenti da assumere nei confronti della verità, le possibili attenzioni verso gli altri. Aspetti dunque decisivi per la vita del credente e di ogni uomo in generale. La prospettiva "spirituale" con cui sono svolti consente, in particolare, come suggerisce tutta la tradizione cristiana, di cercare di andare oltre ogni concezione parziale e superficiale, per cercare il "vero" e l'"intero" dell'esperienza umana.Vi emerge alla fine una certa idea di spiritualità oltreché gli elementi di metodo per una buona ricerca spirituale. 


Apostolo del perdono di Dio

un libro di Luca Crippa

La vita di san Leopoldo Mandić, apostolo del perdono di Dio, raccontata in maniera semplice e avvincente. Non è un caso che, in occasione dell'invio nel mondo dei mille "missionari della misericordia", Papa Francesco abbia voluto l'ostensione delle spoglie di san Leopoldo Mandić accanto a quelle di Padre Pio. Frate cappuccino, Mandić incarnò nella sua vita la parabola del Padre misericordioso che attende il "figlio prodigo".

Il volume ne ripercorre la vita attraverso sette spunti biografici e per conoscerlo meglio propone sette momenti di meditazione, devozione e preghiera.


Il libro di vita di Gerusalemme , scritto da Padre Pierre-Marie Delfieux per guidare i fratelli e le sorelle di Gerusalemme, è più che una regola monastica: è un tracciato spirituale che si indirizza a tutti coloro che, sensibili alla dimensione urbana e universale di ogni vocazione cristiana, cercano di vivere «nel cuore delle città, nel cuore di Dio». Riportandoci alla sorgente delle prime comunità cristiane di Gerusalemme, queste pagine ricordano a tutti come e perché amare, pregare, lavorare, accogliere, vivere il silenzio. Come e perché essere casti, poveri, obbedienti, umili e pieni di gioia, nel cuore del mondo e nella Chiesa, al ritmo della città. Un programma di vita cui rimanda già di per sé il nome di Gerusalemme, città data da Dio per gli uomini e costruita dagli uomini per Dio. Dice Fratel Pierre-Marie nel'introduzione al Libro di Vita:

Ho cercato il più possibile e dal principio alla fine, di non dire niente di più di quanto il Signore ci ha già rivelato e comandato, basandomi sulla Sacra Scrittura, sul ricordo vivo del Cristo, sulla voce interiore dello Spirito che guida e illumina tutto e su quanto da secoli, la Chiesa pratica ed insegna...

Perciò mi è sembrato fosse bene richiamare di continuo il motivo fondamentale e il riferimento essenziale, cui tutto in concreto è ordinato: il grande Modello trinitario e il Volto di Cristo, riferimento perfetto di ogni vita di carità, di preghiera, di lavoro, di silenzio, di accoglienza, unico modello di povertà, di castità, di obbedienza, di umiltà, di gioia...

Mi è sembrata cosa altrettanto buona e necessaria mettere a fondamento di ciò, quello che tanti santi monaci e monache e molti Padri nella fede hanno già scritto o vissuto nella stessa linea e per lo stesso scopo, anche riferendosi il più possibile alla Vergine Maria, alla quale le nostre fraternità sono consacrate...»

"Chiunque tu sia a essere venuto in possesso di questo libro (forse è di tua proprietà o semplicemente l'hai in custodia o lo devi consegnare ad altri oppure lo tieni in prestito), con tutta l'energia e la forza compatibili con il vincolo della carità ti prego e ti scongiuro, per quel che sta alla tua volontà e saggezza, di non leggerlo e di non farne menzione ad alcuno, scrivendone o parlandone, e di fare in modo che nessuno lo legga, ne scriva o ne parli, a meno che si tratti di uno che, a tuo giudizio, è veramente intenzionato a seguire Cristo in maniera totale e perfetta. E a seguirlo non solo nella vita attiva, ma fino al punto massimo della vita contemplativa a cui può giungere in questa vita, per grazia di Dio, l'anima perfetta ma ancora legata a questo corpo mortale. Inoltre, dovrebbe essere uno che, a tuo avviso, già da molto tempo mette in pratica quelle virtù della vita attiva che lo rendono adatto alla vita contemplativa. In caso contrario, questo libro non gli si addice in alcun modo.

E ancora ti prego e ti scongiuro con l'autorità che proviene dalla carità: se mai uno dovesse leggere, scrivere o parlare di questo libro oppure sentirlo leggere o sentirne parlare da altri, imponigli, come io faccio con te, di leggerlo in tutta la sua interezza. Può darsi, infatti, che ci sia qualche argomento, all'inizio come in mezzo, lasciato in sospeso e non trattato con la dovuta completezza in quel particolare contesto: sicuramente lo si farà più avanti, tutt'al più alla fine del libro. Cosicché, se uno dovesse vedere un certo brano e non un altro, potrebbe facilmente cadere in errore. Perciò, per evitare un simile errore, prego sia te che gli altri, per amore di Dio, di fare quanto ho detto.

Non era affatto nelle mie intenzioni che i ciarloni, gli adulatori, i falsi modesti, i criticoni, i pettegoli, i maldicenti, i linguacciuti e ogni sorta di mettimale vedessero questo libro. 

Non è per essi che ho scritto. Per questo vorrei che ne facessero a meno loro e anche tutti quegli uomini, dotti o ignoranti, che sono semplicemente curiosi. Sì, fossero anche buone persone, eccellenti nella vita attiva, questo libro non fa per loro.

Non così per quelli che, sebbene «attivi» come forma esteriore di vita, tuttavia per ispirazione dello Spirito di Dio, i cui giudizi sono insondabili, si trovano ben pronti per grazia ad avere parte, non di continuo, come nel caso dei veri contemplativi, ma di quando in quando, alle profondità della contemplazione. Se fossero uomini di tal genere a vedere questo libro, ne trarrebbero sicuramente, per grazia di Dio, un grande conforto".

Inizio del Prologo de' La nube della non-conoscenza. 

Lo Zen, che non è legato a alcuna dottrina, può aiutare i cristiani a conseguire l'esperienza di Dio

Padre Hugo Enomiya-Lassalle (Nieheim, 11 novembre 1898 - Münster, 7 luglio 1990), è stato un gesuita e missionario tedesco. Una delle sue opere più significative - il suo testamento spirituale - è "Zen e spiritualità cristiana". L'opera, frutto di mezzo secolo di esperienze, dimostra come un cristiano possa praticare la via dello Zen senza timore di perdere la propria identità cristiana. Padre Lassalle è considerato tra i più significativi rappresentanti dell'integrazione tra spiritualità occidentale e orientale. A questa integrazione la Chiesa cattolica si è aperta dopo il Concilio Vaticano II, indetto da Papa Giovanni XXIII, al quale padre Lassalle partecipò insieme al vescovo di Hiroshima. Da quell'occasione egli ha potuto portare avanti, ufficialmente, la sua missione di integrazione culturale tra Oriente e Occidente.


Comunicare la Chiesa

Più di quindici anni sono trascorsi da una mia intervista al teologo ecclesiologo Severino Dianich, diventata poi un agile libretto. Eppure le sue parole sono ancora attuali. 

Severino Dianich in, Comunicare la Chiesa, (a cura di Enrico Impalà, Piemme, Casale M. 2000, pp. 93, L. 12.000) afferma che la riflessione teologica in materia di Chiesa risente di un duplice fattore che geneticamente ne ha condizionato la nascita (in epoca moderna) e lo sviluppo: da un lato, l'utilizzo del paradigma di 'società' che produce uno sbilanciamento sul versante giuridico e politico; dall'altro, la reazione al protestantesimo che prefigura una prospettiva apologetica con un'enfasi sul momento istituzionale. Per questo Dianich lamenta nell'ecclesiologia contemporanea la mancata realizzazione di un ripensamento della relazione fra il momento dell'identità e quello strutturale, nonostante l'ultimo Concilio abbia fortemente dato impulso a una saldatura fra queste due polarità. 

A ben vedere, il privilegio accordato dal Vaticano II alla nozione di Chiesa come 'popolo di Dio' favorisce una presa in consegna della complessità tradizionale, teorica ed empirica dell'essere e dell'agire ecclesiale, invitando a prendere sul serio anche attraverso la riflessione e la ricerca teologica il bisogno di meglio conoscere l'articolazione del corpo ecclesiale. 

Un tale impulso si riflette anche sul piano pratico, pastorale: l'istanza conciliare ha portato con sé un dinamismo e una novità di cui ancora si devono raccogliere i frutti, seppure si debbano al contempo lamentare ritardi e inadempienze.

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