Teologia spirituale
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Il teologo di riferimento del mio discorso spirituale è don Giovanni Moioli (Vimercate, 4 maggio 1931 - Vimercate, 6 ottobre 1984). Impegnò una buona parte della sua vita alla riflessione metodologica sulla teologia spirituale, qualificandola come insegnamento autenticamente teologico della vita cristiana. Nell'insegnamento di teologia sistematica propose un forte orientamento cristocentrico dell'intera teologia, adoperandosi per il riconoscimento della singolarità di Gesù.

Libertà

I contorni e contenuti di codesta «liberazione per l'acquisto» , la cui iniziativa è nella libertà di Dio ed il cui protagonista ultimo rimane ancora Dio, nel Cristo Gesù, vanno dunque ritrovati totalmente entro ilcontesto dell'alleanza. 

L'uomo non entra nella Alleanza se non mediante una «liberazione», se non perché ed in quanto viene «liberato». È l'Alleanza, in Cristo Gesù, che è definitivamente «liberatrice»: in quanto «libera» l'uomo da ciò che è e non può essere «libertà»; e lo pone invece nella «libertà» autentica. 

 G. Moioli , Cristologia, Glossa, Milano 1995, 159. 


Credere

Nessuno è propriamente un credente cristiano, finché non trova in Gesù di Nazareth, crocifisso e risorto, la ragione e il contenuto del suo credere; finché non accetta di misurare la propria mentalità su quella di Gesù, detto il Cristo; non ha imparato da Lui a conoscere chi è Dio e chi è l'uomo; non ha trovato «logico» costruire la propria vita come «memoria» della sua. Quando Gesù Cristo è talmente il punto di riferimento della vita di un uomo, allora quel credente si qualifica come cristiano. «Un cristiano non è un libero pensatore». Per lui, al principio, non sta l'uomo, il suo pensiero, la sua forza, le sue possibilità. Al principio non sta neppure un'idea. Sta la carità di Dio: cioè quel dimostrarsi di Dio nell'uomo Gesù, che dice a noi concretamente tutta la verità.

G. Moioli, Temi cristiani maggiori, Glossa, Milano 1992, 53-54.


Fede

Questa è la fede. È, cioè, la relazione del credente con l'oggettivo che è Gesù Cristo. Potremmo precisare: questo oggettivo è l'avvenimento di Cristo ed è la Pasqua che noi celebriamo, è il Cristo della Pasqua, il Signore morto e risorto.
Quando Lessing leggeva la prima lettera ai Corinzi, al capitolo quindicesimo, diceva: «Paolo fa un ragionamento assurdo: "Se Cristo è risorto, se questo uomo singolo risorge, tutti gli uomini risorgono". Ciò è impossibile! Posso accettare solo l'affermazione universale: Tutti gli uomini risorgono, dunque anche Cristo è risorto».
Invece Paolo propone proprio il contrario, in quanto la risurrezione di cui parla non è una risurrezione qualunque, ma quella di Cristo. Non è sufficiente parlare dell'immortalità dell'anima ed essere convinti che dopo la morte c'è qualcosa. Ciò che è decisivo è il riferimento a Cristo: «Se Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti?» (1 Cor 15,12).
Questo è precisamente il ragionamento di Paolo ed è ciò che Lessing non riesce ad accettare, cioè come un fatto particolare possa diventare principio di una affermazione è universale. Infatti, se l'affermazione è universale, deve appartenere alla natura umana. Non può mai succedere che il caso particolare di un uomo mi faccia concludere: «Allora anch'io risorgo». Invece è precisamente così. Solo questo è il modo di ragionare del credente cristiano. 

Giovanni Moioli, L'esperienza spirituale, Glossa, Milano 1994, 22-23.

Umano

Dire «uomo» e «umano» non può assolutamente essere equivalente a dire «Gesù»: non solo perché «Gesù» è nome di un'individualità concreta, ma perché la sua individualità umana è assunta nella «figura» assolutamente eccedente l'umano, che è la figura del Figlio unico. 

D'altra parte, dire «Gesù» non è uscire dall'umano: non perché siamo semplicemente al suo caso-limite, ma perché siamo ad una determinazione - «l'ultima» - non-contraddittoria della caratteristica dell'umano, di essere «aperto» al mistero di Dio.  

In termini scolastici si parla di «obbedienzialità».

G. Moioli , Cristologia, Glossa, Milano 1995, 250.


Uomo nuovo

L'uomo «nuovo» è l'uomo secondo la fede. Cos'è la fede? Dobbiamo, anzitutto, cogliere la struttura caratteristica del credere cristiano, per non ridurre la fede a un assenso intellettuale, a una serie di enunciati che riteniamo essere veri. Bisogna ritrovare la struttura caratteristica dell'uomo di fede e questa struttura si può esprimere come un «soggettivo» che prende la forma di un «oggettivo».
I due termini sono astratti, ma si possono spiegare così: esiste un soggetto, il credente, nel quale la grazia della fede opera non solo facendo accettare delle verità, ma, prima che delle verità, facendo accettare il riferimento a Gesù Cristo. Di tale riferimento il soggetto credente dice: «Questo riferimento è la mia verità, io devo prendere la forma di questa verità».
Questa constatazione, che in sé può apparire elementare, è in realtà decisiva per la spiritualità, perché consente di capire come la fede non sia solo un sentimento religioso e un fatto soggettivo. Il cristiano non è l'uomo del senso religioso. Il senso religioso è importante, ma non è la fede. La fede è un atteggiamento complesso dell'uomo che dice a Gesù Cristo: «Tu sei la mia vita»; cioè: «Tu misuri la verità del mio modo di essere uomo». La verità dell'uomo, infatti, non è nell'uomo, ma nell'umanità di Gesù Cristo.
Caratteristica della fede cristiana è questa interazione continua tra soggettivo e oggettivo, tra il soggetto che dice: «Io cerco la verità» e «la verità sei Tu», dove il Tu è Gesù Cristo. Come se il soggetto dicesse: «Faccio verificare da Te quello che dico vero e quello che dico falso, quello che dico giusto e quello che dico sbagliato, quello che dico buono e quello che dico cattivo». Dalla Bibbia questo atteggiamento è chiamato ubbidienza.
Potrebbe nascere l'interrogativo: ma questa non è eteronomia? Cioè l'atteggiamento di un uomo che proprio lì dove è più uomo, negli aspetti più profondi, quelli della propria coscienza e della propria libertà, proprio lì dice: «Non sono io il padrone di me stesso, trovo il mio centro fuori di me».
In effetti, questo pone il problema della revisione critica circa la legittimità del modo cristiano di essere uomo . In fondo, l'Illuminismo, Kant, Lessing hanno sollevato il problema se questo modo, proprio del credente, è un modo illegittimo di essere uomo.
Per superare il problema bisogna recuperare il senso di Cristo come verità dell'uomo. 

Giovanni Moioli, L'esperienza spiritualeGlossa, Milano 1994, 20-21.

Cristocentrismo

Cristocentrismo - spiega Moioli nella sua Cristologia - designa non tanto il fatto che, «nel cristianesimo, Cristo ha un posto centrale; quanto invece l'effettivo rilievo che tale fatto acquista nella vita e nella riflessione cristiana». «Soltanto se la nota cristocentrica diviene qualificante per l'esperienza cristiana e per la riflessione teologica cristiana, essa diviene criterio di valutazione e di discernimento» (Ivi, 57). Si comprende così che il cristocentrismo non può risolversi «in una ontologia cristica o in un universalismo cristologico che faccia di Cristo la categoria comprensiva del reale, dissolvendone la individualità e la storicità». Deve invece risolversi «nel discorso sulla storicità singolare, cioè unica, definitiva e in questo senso paradossalmente universale, di Cristo» 

G. Moioli, Cristocentrismo, in G. Barbaglio - S. Dianich (ed.), Nuovo dizionario di Teologia, Paoline, Cinisello Balsamo 1991, 234.

Tu

Tu sarai il riferimento incontrovertibile della mia vita, Tu sarai la ragione definitiva di quello che sono, di quello che penso, di quello che faccio o non faccio, di quello che penso o non penso. 

Tu sarai ciò di cui non vorrò né potrò dimenticarmi e di cui dovrò anzi costruire continuamente la memoria, la memoria più profonda, più globale, più comprensiva. Tu sarai questo. 

Tu sarai ciò da cui prenderà luce, avvio, interpretazione, ciò che vivo, ciò che faccio: la mia vita, la mia gioia, il mio dolore, il mio lavoro, la mia fatica, la mia morte...

G. Moioli, Il discepolo, Glossa, Milano 2000, 67. 


Comprendere

Sapere

Il cristiano deve comprendere l'annuncio e le verità cristiane. [...] Il comprendere è, soprattutto per noi, immediatamente un esercizio dell'intelligenza. 

Nell'esperienza o nel cammino spirituale comprendere e sapere vengono però visti in tensione perché il comprendere [...] non può esaurire la realtà profonda del credere o del sapere cristiano. Cioè, il cristiano è sì chiamato a comprendere ciò che Dio gli dice, ma anche di più è chiamato a saperlo. 

Saperlo vuol dire, nel linguaggio spirituale, realizzare un'esperienza assai complessa, realizzare una situazione nella quale l'uomo è implicato non solo con la propria intelligenza, ma anche con la propria libertà, la propria coscienza, il proprio amore, il proprio desiderio, il senso globale della propria vita, la propria sensibilità.

G. Moioli, L'esperienza spirituale. Lezioni introduttive, Glossa, Milano 1994, 51-52.


Speranza

L'uomo «nuovo» è l'uomo secondo la speranza. L'uomo «nuovo» è la speranza. Credo che questo sia il giudizio più sintetico e anche più giusto per riassumere quello che Paolo descrive nel magnifico capitolo ottavo della lettera ai Romani, quando parla dello Spirito che è come un germe dentro di noi, come una caparra di quello che sarà, e che ci consente di essere sicuri di sperare.
Infatti lo Spirito, prima che far fare all'uomo un atto di speranza, lo fa speranza, nel senso che inizia nell'uomo qualcosa che nel disegno di Dio sarà portato a conclusione. Potremo essere solo noi, eventualmente, a impedirne la conclusione. Lo Spirito ci è dato perché l'uomo raggiunga la conclusione: la risurrezione, la piena libertà dei figli di Dio, il mondo rinnovato.
Allora, l'uomo nuovo è speranza, l'uomo spirituale è speranza. Per questo l'uomo spirituale, che è nuovo, esprime, vive, testimonia speranza. È già speranza, perché è un inizio che è garanzia del compimento. 

Giovanni Moioli, L'esperienza spirituale, Glossa, Milano 1994, 24-25.


Teologia spirituale

Una prima definizione

La teologia spirituale riflette, con metodo teologico, sulla "vita spirituale" del cristiano, e quindi sull'azione dello Spirito di Gesù in lui. Essa si pone in ascolto del vissuto di fede individuale e comunitario, per renderlo il più coerente possibile con i contenuti dottrinali.

Essa cerca nella tradizione cristiana, e specialmente nel Nuovo Testamento, gli elementi essenziali dell'"uomo spirituale", al fine di offrire indicazioni capaci di orientare l'esperienza spirituale del credente.

La teologia spirituale esprime lo sforzo che la teologia, secondo il suo metodo proprio, segue per comprendere l'uomo spirituale, non semplicemente nelle sue strutture obiettive, ma in quanto egli è chiamato a vivere e vive effettivamente un'esperienza che è quella "cristiana" e "spirituale" .

L'aggettivo "spirituale", in tutti questi casi, dice primario riferimento allo Spirito santo, Spirito di Cristo, in quanto egli crea l'uomo nuovo, e lo conduce a vivere (perciò anche a "sapere" e "conoscere", secondo l'accezione biblico-esperienziale dei termini) la vita nuova in Cristo Gesù.

La teologia spirituale, formando la capacità di comprensione della "vita secondo lo Spirito", esperienzialmente vissuta, completa la intelligenza della fede e orienta l'esperienza spirituale stessa della "vita secondo lo Spirito" per illuminarla con criteri obiettivi e per riscattarla da improvvisazioni e da inautenticità.

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